Tra luglio e settembre l’economia italiana non ha guadagnato nulla. La stima preliminare dell’Istat, diffusa venerdì 30 ottobre, dice che il Pil del terzo trimestre 2026 ha la stessa dimensione dei tre mesi precedenti, mentre sullo stesso periodo del 2025 resta un rialzo dello 0,8%. Money.it ha ripreso i dati e li accompagna a un avvertimento: il rischio di recessione non è più solo teorico.
Il confronto annuo perde terreno rispetto al secondo trimestre, quando la crescita sull’anno era all’1,0%. A frenare è stata l’industria, che ha ceduto valore aggiunto, mentre servizi e agricoltura sono saliti. Il saldo con l’estero ha sottratto crescita; i consumi e gli investimenti nazionali, magazzini inclusi, hanno invece spinto in positivo.
Zero non è recessione tecnica. Per quella occorrono due cali di fila: dovrebbero chiudere in negativo sia l’ultimo trimestre di quest’anno sia il primo di quello dopo. Per ora l’Italia si è fermata, non ha arretrato.
Il resto d’Europa ha corso di più. Eurostat, nella sua prima lettura, assegna all’area euro un +0,4% sul trimestre (era +0,6%) e un +1,3% sull’anno. La Spagna ha segnato +0,6%, mentre la Francia ha perso lo 0,1%. L’Italia sta sotto la media dell’area euro, ma non è l’unica grande economia ad aver rallentato.
Il dato pesa anche sui conti pubblici. Lo 0,8% è anche la crescita già acquisita per quest’anno: l’esito finale se da qui a dicembre l’economia restasse piatta. Il governo, nel Dpfp, il documento sui conti pubblici del 2 ottobre, ha invece scritto l’1% per quest’anno e lo 0,8% per il 2027. Su quel documento poggia la manovra 2027. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha ammesso che prevedere è sempre più difficile.
Poi ci sono i prezzi, che fanno da sfondo. Nella stima Istat l’inflazione di ottobre è salita al 5,4% dal 4,2% di settembre, trainata dall’energia, passata da +22,6% a +31,4% sull’anno. Intanto le retribuzioni contrattuali orarie a settembre sono cresciute del 2,5%: il 2,3% nel privato e il 3,2% nella pubblica amministrazione. È il secondo trimestre consecutivo in cui gli stipendi restano sotto i prezzi, e nel privato il divario con l’indice armonizzato dei prezzi sfiorava i due punti.
Qui sta il punto debole. Nel terzo trimestre l’unico motore rimasto in funzione è stato la spesa interna, cioè i consumi delle famiglie. Se gli stipendi continuano a comprare meno beni, quel motore ha meno carburante. Quando la crescita si blocca e il costo della vita sale insieme, si parla di stagflazione, termine che gli economisti usano con cautela. Il caso italiano non rientra ancora nella definizione, perché servizi e spesa interna hanno tenuto.
Il dato ha un limite: arriva a un mese dalla chiusura del trimestre, e l’Istat può rivederlo. Una correzione verso l’alto cambierebbe poco il quadro di un +0,8% annuo che resta sotto l’1% su cui il governo ha costruito i suoi conti.
La prossima stima Istat, quella sul quarto trimestre, dirà se lo zero estivo è stato una pausa o l’inizio di un calo. Chi ha un contratto in rinnovo farebbe bene a guardare il confronto tra aumento salariale e prezzi.
Dati Istat sul terzo trimestre 2026 riportati da Money.it il 2 novembre 2026.