Un barile di Brent è arrivato a costare quasi 96 dollari nella seduta di mercoledì, un prezzo che a inizio estate sembrava fuori portata. A spingerlo così in alto sono i nuovi scontri armati fra Washington e Teheran, e l’effetto si è visto subito sulle Borse asiatiche, tornate a scendere insieme ai rendimenti obbligazionari.
A Tokyo il Nikkei ha ceduto quasi tre punti percentuali, penalizzato in particolare dai produttori di semiconduttori: Tokyo Electron, SoftBank e Advantest figurano tra i titoli più colpiti, categoria da sempre reattiva a ogni scatto dei tassi a lungo termine. Seul ha fatto ancora peggio, con il Kospi sotto di oltre tre punti, mentre le due piazze cinesi, Shanghai e Hong Kong, hanno contenuto le perdite. La direzione resta comunque la stessa in tutta l’area: gli investitori stanno alleggerendo le posizioni più rischiose.
Sul fronte obbligazionario, il rendimento del decennale statunitense ha superato il 4,81%, un livello che non si vedeva da circa tre anni. In Giappone il titolo governativo a cinque anni ha toccato un record al 2,295%. Quando le obbligazioni rendono così tanto diventano un’alternativa concreta alle azioni, e a farne le spese sono soprattutto i titoli tecnologici, i cui profitti attesi arrivano lontano nel tempo e pesano di più quando il costo del denaro sale.
Dietro la fiammata del greggio c’è un’escalation militare precisa: dopo un attacco americano contro obiettivi iraniani, Teheran ha reagito colpendo con droni e missili alcune basi statunitensi in Bahrein e Giordania. Buona parte del petrolio mondiale, storicamente circa un quinto dei volumi complessivi, transita dallo Stretto di Hormuz, e ogni notizia di rischio su quella rotta si traduce quasi subito in un rialzo delle quotazioni. Il quadro si è ulteriormente teso dopo che le scorte di barili detenute negli Stati Uniti sono scese di 2,6 milioni in una settimana già segnata da forte incertezza.
Un petrolio più caro alimenta l’inflazione e restringe il margine di intervento delle banche centrali. Sui tassi della Fed, i future assegnano al 67% la probabilità di un rialzo da 25 punti base alla riunione di settembre. In Giappone si muove nella stessa direzione Kazuo Ueda: il numero uno della banca centrale nipponica non ha escluso una nuova stretta, e la decisione arriverà a metà settembre, il 17 e il 18, quando il board valuterà l’effetto congiunto del petrolio e di uno yen ancora debole, oltre quota 160 sul dollaro. Una divisa così fiacca incide direttamente sul carrello della spesa energetica giapponese, importata quasi per intero dall’estero.
In Italia il primo canale di trasmissione riguarda i distributori di carburante: se il prezzo del Brent si stabilizza attorno ai 100 dollari, benzina e diesel possono rincarare, anche se quanto arriva effettivamente alla pompa dipende pure dall’andamento del cambio con il dollaro, non solo dal prezzo del greggio. Il secondo canale passa dai titoli di Stato: rendimenti globali più alti spingono verso l’alto anche quelli dei Btp, riducendo il valore di mercato delle emissioni già in circolazione e alzando il costo delle prossime aste. Se la Bce leggesse in questo scenario un’inflazione destinata a restare più alta a lungo, il calo dei tassi sui mutui rischierebbe di fermarsi, con un effetto diretto sulla rata di chi ha un finanziamento a tasso variabile.
Nei prossimi giorni conta meno il livello esatto del prezzo del petrolio e più l’evoluzione dello scontro militare: finché Washington e Teheran non daranno segnali di distensione, greggio, rendimenti e Borse continueranno a muoversi in tandem, con le azioni sul lato perdente.
Dati ed elementi riportati da QuiFinanza in un articolo di Donatella Maisto pubblicato mercoledì 2 settembre 2026.