Il petrolio è tornato a correre, ma stavolta il problema non è quanto greggio viene estratto: è farlo arrivare a destinazione. Il Brent si è portato a quota 108 dollari al barile, oltre il 3% in più nella giornata, mentre il Wti americano ha superato i 103 dollari. Dietro alla corsa ci sono tre punti di passaggio del petrolio mediorientale finiti sotto pressione quasi contemporaneamente.
Il primo è l’oleodotto saudita East-West, fermato nei giorni scorsi da un attacco con droni. La condotta taglia l’Arabia Saudita da una costa all’altra e permette a Riad di spedire il greggio del Golfo Persico verso il Mar Rosso senza passare dallo stretto di Hormuz, il tratto di mare più delicato per l’intero mercato energetico: il terminale di arrivo è Yanbu. Da quella tubatura escono ogni giorno quasi 4 milioni di barili, poco meno del 4% della domanda globale. A Yanbu restano scorte sufficienti per cinque o sette giorni di esportazioni: superata quella finestra senza una riparazione, il greggio saudita diventa più difficile da trovare sui mercati internazionali.
Il secondo è lo Stretto di Hormuz: le stime dell’agenzia statunitense per l’energia parlano di un transito, nel 2024, vicino a 20 milioni di barili ogni giorno, un quinto dell’intero consumo mondiale di petrolio. Nel fine settimana il traffico navale è rimasto ben sotto i livelli precedenti al conflitto, e una nave colpita ha costretto l’equipaggio a evacuare. Il terzo è Bab el-Mandeb, dove il controllo houthi dell’isola di Perim spinge alcune compagnie a evitare il passaggio e a circumnavigare l’Africa, con giorni di navigazione e carburante in più.
C’è poi un effetto meno visibile: due barili identici possono valere cifre diverse a seconda di dove si trovano. Il greggio fuori dalle zone a rischio arriva più facilmente alle raffinerie e costa di più, mentre quello bloccato nel Golfo si vende con sconti pesanti. Noli record e assicurazioni più costose per attraversare aree di conflitto finiscono comunque nel prezzo finale dell’energia, anche senza un vero calo della produzione mondiale.
L’Italia dipende dall’estero per buona parte dell’energia che utilizza, e per il Paese la catena di conseguenze parte dai distributori di carburante e non si ferma lì. Trasporti e logistica pagano noli e carburante più cari, un petrolio sopra i 100 dollari a lungo può spingere l’inflazione, e questo lascia a BCE e Fed meno margine per tagliare i tassi. La Banca centrale europea, nelle proiezioni diffuse a settembre, ha calcolato che nello scenario energetico più severo l’inflazione mondiale potrebbe salire di quasi 2,7 punti nel 2027, con un punto percentuale in meno di crescita globale.
Nelle prossime settimane ci sono quattro indicatori da tenere d’occhio: la riapertura dell’oleodotto saudita, quante navi tornano a passare da Hormuz, l’andamento dei noli e le prime reazioni delle banche centrali. Se l’oleodotto ripartisse in fretta, parte del rialzo potrebbe rientrare; se le riparazioni si allungano, il Brent resta sopra quota 100 e la pressione arriva a carburanti e bollette nei prossimi mesi.
Chi ha un mutuo a tasso variabile o valuta un finanziamento nei prossimi mesi farebbe bene a considerare che uno spazio di manovra più stretto per la BCE, se il petrolio resta su questi livelli, significa tagli dei tassi più lenti di quanto ci si aspettava fino a poche settimane fa.
Dati e ricostruzione ripresi da QuiFinanza (articolo di Donatella Maisto), pubblicato lunedì 14 settembre.