Il petrolio ha chiuso in forte ribasso la seduta di ieri a New York, con il Wti sceso del 5,81% e il Brent in calo del 5,35%. Il Wti si è fermato a 75,67 dollari per barile, mentre il Brent ha chiuso a 79,29 dollari. Secondo Soldionline, il tonfo è arrivato dopo che Scott Bessent, segretario al Tesoro Usa, ha lasciato intendere che tra Washington e Teheran potrebbe arrivare un’intesa.

Il West Texas Intermediate, o Wti, è il prezzo di riferimento per il greggio scambiato negli Stati Uniti. Il Brent, quotato a Londra, funge da benchmark per l’Europa e il Medio Oriente. Che entrambi i contratti perdano più del 5% nella stessa seduta è un evento raro. Di solito succede per shock geopolitici di segno opposto. Non per un’apertura diplomatica come questa.

Il meccanismo dietro la caduta è quello classico di domanda e offerta futura. L’Iran è tra i maggiori produttori di greggio al mondo. Le sanzioni internazionali ne limitano da anni le esportazioni verso i mercati occidentali. Se un’intesa con Washington allentasse quelle restrizioni, il petrolio iraniano tornerebbe a fluire sui mercati globali in quantità rilevanti, ampliando l’offerta disponibile. I trader hanno reagito subito a questa prospettiva, scontando l’effetto sui prezzi prima ancora che l’accordo diventi realtà.

Bessent non ha fornito una tempistica né dettagli sui termini dell’eventuale intesa. La Casa Bianca non ha confermato ufficialmente la trattativa e Teheran non ha replicato pubblicamente. Finché non arriva una conferma da entrambe le parti, il mercato si muove su un’ipotesi. Quella distanza tra annuncio e conferma rende il calo di ieri più fragile di quanto i numeri lascino intendere. Le prossime sedute diranno se il ribasso tiene o se il petrolio recupera terreno.

Il prezzo del Wti e quello del Brent non contano solo per chi investe in borsa. Sono il parametro che incide su quanto si paga alla pompa, sui costi di trasporto delle merci e sulle bollette energetiche pagate da famiglie e imprese. Un ribasso di questa entità, se dovesse consolidarsi nei prossimi giorni, si tradurrebbe in un alleggerimento dei prezzi dei carburanti entro poche settimane, considerato il tempo che le raffinerie impiegano a scaricare sui listini le variazioni del greggio.

Per i paesi esportatori di petrolio l’effetto è opposto. Un calo prolungato del prezzo del barile riduce le entrate legate agli idrocarburi, con ricadute sui bilanci pubblici di economie che dipendono in larga parte da quelle esportazioni. Anche le società energetiche quotate, che costruiscono i piani industriali su stime di prezzo più alte, dovranno rivedere le proiezioni se il livello attuale dovesse mantenersi nel tempo.

Chi guida un’auto a benzina o gasolio dovrebbe vedere il primo riflesso di questo calo nei prezzi alla pompa entro due o tre settimane, a patto che l’ipotesi di un’intesa Usa-Iran trovi conferma nei prossimi giorni.

Dati e dichiarazioni riportati da Soldionline nell’articolo pubblicato il 4 agosto 2026.