L’oro ha chiuso la terza seduta consecutiva in ribasso, con quotazioni vicine a 4.125 dollari per oncia, mentre il petrolio Brent superava 110 dollari al barile. Lo ha raccontato Money.it nell’analisi di mercoledì 21 ottobre. Guerra e inflazione dovrebbero spingere il metallo. Il prezzo fa l’opposto, e la spiegazione sta nei tassi di interesse.
Martedì 20 ottobre il Brent ha toccato il massimo dal 20 maggio. A spingerlo sono stati gli attacchi dei ribelli Houthi a impianti energetici sauditi e a navi che transitano da Hormuz. Il 29 gennaio l’oro aveva sfiorato quota 5.600 dollari. Da quel massimo ha ceduto oltre il 25%.
Il meccanismo è indiretto. L’energia più cara alimenta l’inflazione, e prezzi alti irrigidiscono la linea delle banche centrali. Con tassi più alti diventa più costoso tenere un metallo senza cedola. Il 16 settembre la banca centrale americana ha stretto ancora: un quarto di punto in più, con il tasso ora al 3,75-4%. Il voto è stato unanime, 12 a 0.
I dati arrivati dopo non hanno aiutato. L’inflazione americana di settembre è salita al 3,7% annuo, contro il 3,6% previsto e il 3,4% registrato un mese prima. I prezzi alla produzione hanno segnato un +6,3%, mentre le stime erano ferme al 5,3%.
Il mercato ha trasformato questi numeri in scommesse. Per il CME FedWatch, l’incontro di fine ottobre (27 e 28) dovrebbe lasciare i tassi fermi con una probabilità attorno all’82-83%. Un nuovo rialzo a dicembre, invece, è dato tra l’89 e il 94%. Il Treasury decennale rendeva poco più del 5,1%.
Sul grafico, da inizio ottobre il metallo oscilla in una fascia compresa fra 4.100 e 4.200 dollari. Il minimo del 2026 resta 3.941. L’analista di Trade Nation David Morrison vede possibile un nuovo test del supporto vicino a 4.100. Quel livello è stato bucato due volte nel mese, senza effetti rilevanti.
Le grandi banche confermano la direzione di lungo periodo, ma spostano in avanti l’arrivo. Goldman Sachs, nella nota firmata da Lina Thomas il 23 settembre, ha ridotto a 4.650 dollari (da 4.900) la stima per il 2026. Non tocca invece il target del 2027, che resta 5.400 dollari. Westpac, nell’aggiornamento del 20 ottobre, stima per l’ultimo trimestre dell’anno una media di 4.350 dollari.
Il dato più curioso riguarda chi compra. Nei tre mesi da luglio a settembre i fondi quotati sull’oro hanno incassato 31 miliardi di dollari, un record, equivalenti a 211 tonnellate, secondo il consiglio mondiale dell’oro, l’organizzazione del settore nota come World Gold Council. Solo a settembre sono entrati circa 10 miliardi. Le riserve custodite dai fondi sono arrivate a 4.256 tonnellate, mai così tante.
Il prezzo però pesa sul valore degli attivi. Sempre a settembre sono scesi del 7%, fino a 574 miliardi, perché la discesa del prezzo ha pesato più dei nuovi acquisti. In pratica chi investe tramite ETF possiede più oro, e quell’oro vale meno.
Tra aprile e giugno la situazione era capovolta. I fondi avevano subito uscite nette per 45 tonnellate, mentre le banche centrali avevano comprato 289 tonnellate, cioè il 62% in più dell’anno prima. ING, nel commento del 31 luglio, attende per quest’anno acquisti ufficiali più bassi rispetto al 2025. I numeri completi sul terzo trimestre, banche centrali incluse, usciranno con il prossimo rapporto dell’organizzazione.
Da seguire c’è la riunione Fed di fine ottobre: tassi fermi ma un tono più duro su dicembre peserebbero ancora sulla fascia 4.100-4.200 dollari.
Analisi dell’Ufficio Studi di Money.it, pubblicata mercoledì 21 ottobre 2026.