Tra il 2019 e il 2025 in Italia sono sparite 24mila attività tra bar e caffè, oltre a 111mila imprese di vendita al dettaglio: in tutto 135mila saracinesche. Il conto arriva da Confesercenti, che lo ha costruito sui dati delle Camere di commercio e lo ha rilanciato sabato 10 ottobre. La confederazione parla di desertificazione commerciale: il vuoto lasciato nei territori da negozi e servizi essenziali che non riaprono.
Secondo Soldionline, che riprende un lancio ANSA, il problema non è solo il saldo complessivo delle imprese. In 5.103 comuni è scomparso un genere di attività di quartiere che prima c’era. Circa 72mila chiusure, stima Confesercenti, toccano proprio i servizi di base: distributori di carburante, tabaccherie, parrucchieri, macellerie e forni.
Il quadro per singolo servizio è più netto. Mancano del tutto i negozi alimentari in 1.064 comuni e i bar in 566. I distributori di carburante sono assenti in più di 2.500 comuni. Un bar o un alimentari fanno da punto di ritrovo oltre che da attività economica, e quando se ne va l’ultimo la perdita pesa anche sulla vita sociale del paese.
I piccoli centri sono i più esposti. I 566 comuni senza un bar sono tutti sotto i 5mila abitanti. Lo stesso limite vale per i 1.337 comuni dove non si trova un barbiere o un parrucchiere. Qui la chiusura di una sola saracinesca toglie l’unica alternativa. Chi non guida o non ha un mezzo deve cercare altrove anche il pane.
Il fenomeno non si ferma ai borghi. Confesercenti segnala buchi anche tra i comuni da 15mila a 50mila abitanti: manca il pane in 140, la pescheria in 138, la libreria in 97 e l’edicola in 24. In 8 comuni non c’è neppure un macellaio. Assenze simili compaiono pure nelle città tra 50mila e 250mila abitanti. Una realtà di medie dimensioni non basta, quindi, a proteggere la rete di vicinato.
Un limite va tenuto presente. I numeri vengono da una confederazione che rappresenta i commercianti, con un’evidente ragione per mettere in primo piano il problema. Il dato aggregato sulle chiusure, inoltre, non dice quante imprese siano nate nello stesso periodo, né quante attività siano passate al commercio online o a centri commerciali vicini. Il saldo netto e il bilancio tra aperture e chiusure comune per comune non sono stati resi noti.
Resta anche un’incognita sulle cause. Nei dati riportati Confesercenti descrive il fenomeno ma non ne ricostruisce i motivi. Affitti, costi dell’energia, spopolamento delle aree interne e concorrenza delle grandi catene pesano in modo diverso a seconda del territorio, e nessun numero li distingue.
Per chi vive in un comune piccolo la conseguenza è concreta: più chilometri per la spesa quotidiana e meno servizi a piedi. Per chi pensa di aprire un’attività di vicinato, la mappa dei comuni scoperti indica dove la concorrenza è assente, ma anche dove i clienti potenziali sono pochi. Prima di investire conviene verificare quanti residenti ci sono davvero.
Secondo Soldionline, che cita un lancio ANSA sui dati di Confesercenti, la notizia è stata pubblicata il 10 ottobre 2026.