La Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse di un quarto di punto mercoledì sera, portando il costo del denaro in una forcella che va dal 3,75% al 4%. È il primo rialzo della banca centrale americana in tre anni, e il comitato di politica monetaria ha già segnalato una nuova stretta entro dicembre.

Il FOMC, il comitato che decide i tassi americani, ha votato compatto: dodici membri a favore, nessun contrario. Le elezioni di midterm, a novembre, distano appena sette settimane: un tempismo che ha acceso lo scontro tra il presidente della Fed, Kevin Warsh, e Donald Trump, che da mesi vuole un costo del denaro più basso per sostenere la crescita.

Secondo la ricostruzione di Open, nel briefing dopo la riunione Warsh ha difeso l’indipendenza dell’istituto. Ha ricordato che l’inflazione resta sopra l’obiettivo del 2% da cinque anni, definendola troppo alta troppo a lungo, e ha aggiunto che il mandato ricevuto dal Congresso lo obbliga a mantenere i prezzi stabili. Sui rapporti con la Casa Bianca è stato netto: non ha nulla da dire su un eventuale confronto con il presidente, e la Fed resta sulla propria corsia.

La reazione di Trump è arrivata su Truth Social, il suo social network. Il presidente ha chiesto un taglio immediato dei tassi, sostenendo che gli Stati Uniti meritano il costo del denaro più basso del mondo grazie al proprio merito creditizio, in un Paese che a suo dire vive un boom di investimenti. In un secondo messaggio ha collegato il tema ai rapporti commerciali, minacciando di interrompere gli scambi con i partner in deficit e stimando un guadagno di 1.500 miliardi di dollari l’anno da quella scelta.

Dietro la stretta c’è un’economia descritta dalla stessa banca centrale come solida, vicina alla piena occupazione, ma con pressioni sui prezzi alimentate dalle tensioni in Medio Oriente e dal petrolio, sopra quota 100 dollari al barile. Quella combinazione, crescita robusta e inflazione persistente, ha spinto il comitato verso un rialzo invece del taglio chiesto dalla Casa Bianca.

Il contrasto tra Warsh e Trump non è solo personale: mette a confronto due mandati diversi. La Fed risponde per legge alla stabilità dei prezzi e all’occupazione, non al calendario elettorale. La Casa Bianca, a poche settimane dal voto, ha un interesse politico immediato in tassi più bassi. Finché l’inflazione resta sopra l’obiettivo, un taglio concesso per ragioni elettorali rischierebbe di alimentare proprio la pressione sui prezzi che il rialzo di mercoledì vuole contenere.

Per chi ha un mutuo o un prestito legato ai tassi variabili americani, o investe in dollari, il livello da monitorare da qui a dicembre è il prossimo verbale del FOMC: dirà se l’ulteriore stretta preannunciata arriverà davvero, e quanto margine resterà a Warsh nella prossima riunione, con la Casa Bianca che continuerà a fare pressione.

Dichiarazioni e dati riportati da Open, che ha seguito la riunione della Federal Reserve di mercoledì 16 settembre.