Ogni giorno Washington versa sul debito, in interessi, 2,9 miliardi di dollari. Nell’anno fiscale terminato il 30 settembre quella spesa è cresciuta dell’8% e ha toccato quota 1.050 miliardi. Lo riporta Fortune Italia, citando i dati del Tesoro americano.

La voce pesa più di tutto il resto. Entrate in aumento del 3%, spesa del 6%: gli interessi hanno corso più in fretta di entrambe. Rappresentano il 3,2% del Pil, il livello più alto dal 1991, e nel bilancio federale vengono dopo pensioni e Medicare ma prima della difesa. Rispetto all’anno precedente il deficit è salito del 12%, a 1.990 miliardi.

Dietro c’è il prezzo del denaro. Il tasso medio sul debito è raddoppiato rispetto al 2021 e oggi sta al 3,53%. Il rendimento del decennale americano supera il 5%, dopo il conflitto con l’Iran, mentre il Congressional Budget Office ne aveva previsto uno al 4,1%. Se i rendimenti restassero di un punto più alti delle stime, i calcoli di un comitato americano sul bilancio federale indicano interessi a 2.800 miliardi nel 2030, cioè il 5,9% del Pil.

Per finanziarsi gli Stati Uniti devono attirare capitali da ogni parte del mondo, e lo fanno offrendo di più. Scott Bessent, che guida il Tesoro, ha puntato sulle scadenze brevi: più di 10.000 miliardi di dollari, ossia un terzo del debito che sta in circolazione tra il pubblico, va rifinanziati entro un anno ai tassi correnti. Il decennale americano rende più del Btp italiano (4,45%), dell’Oat francese (4,87%) e del Bund tedesco (3,4%).

Qui entra l’Europa. Nel suo rapporto Draghi stimava in 300 miliardi di euro annui, circa, il risparmio europeo che emigra all’estero, soprattutto verso gli Stati Uniti. Con rendimenti americani così alti e un dollaro che i tassi tengono forte, quel flusso rischia di gonfiarsi proprio quando l’Unione cerca fondi per transizione, difesa ed energia.

Secondo Bessent gli Usa si tirerebbero fuori dal debito con una crescita del 3%. Phillip Swagel, direttore del Congressional Budget Office, ha fatto il conto: servirebbe un’espansione reale tra il 5 e il 6%, oltre il doppio dell’attuale.

Per l’Italia il quadro ha due metà. Lo spread tra Btp e Bund, a 105 punti, è ai minimi da anni. Ma conta anche il livello assoluto: finché il Treasury resta oltre quota 5%, il Btp ha un pavimento poco sotto il 4,5%. Il debito italiano si avvicina al 140% del Pil, mentre gli interessi costano circa 90 miliardi l’anno, quindi ogni punto di tasso in più pesa, a regime, per decine di miliardi.

Il Tesoro italiano sta collocando due titoli, il Btp Valore e la nuova versione Insieme, che prevede un cedolone unico a cinque anni del 22,25%. L’obiettivo è trattenere il risparmio delle famiglie, che nei mesi da gennaio a luglio hanno acquistato 22 miliardi netti di titoli di Stato.

Sul fronte europeo, Kristalina Georgieva, alla guida del Fmi, ricorda che gli attriti fra i Paesi dell’Unione valgono come tariffe: 44% sui beni, 110% sui servizi. Chiudere il mercato unico aggiungerebbe tre punti al Pil nell’arco di dieci anni. Per Confindustria l’area euro crescerà dello 0,8% quest’anno e dell’1% nel 2027.

Chi risparmia in titoli di Stato dovrebbe guardare, nelle prossime settimane, al rendimento del decennale americano. Se quella soglia regge, il Btp farà fatica a scendere sotto il 4,5%.

Secondo Fortune Italia, in un articolo di Raffaele Marino pubblicato il 18 ottobre 2026.