Banca d’Italia ha misurato il peso delle imprese di famiglia nel sistema produttivo italiano: nel 2024 erano il 72,3% delle società di capitali e davano lavoro al 45% degli occupati. Lo studio, che incrocia i dati di Infocamere, Cerved e Inps, lega questa struttura alla bassa produttività. Money.it lo ha rilanciato giovedì 5 novembre.
La quota è salita in dieci anni. Nel 2014 si fermava a circa il 68%, quindi l’aumento supera i quattro punti percentuali. Allo stesso tempo, tra le aziende di famiglia sono diventate meno frequenti quelle guidate da amministratori esterni, e il controllo diretto dei proprietari si è rafforzato.
Il dato che pesa di più riguarda la produttività. Ogni addetto genera circa il 7% di ricchezza in meno delle aziende senza una famiglia al comando. Il quadro non è tutto negativo: sul fronte del rischio finanziario non c’è differenza con le altre società, e i margini operativi sono più alti.
La geografia cambia molto da una zona all’altra. Il Sud arriva al 78,8% del totale, il Centro al 72,1%. Scendendo di latitudine la quota cala: 69,5% nel Nord Est, 67,9% nel Nord Ovest. Per settore, spiccano le costruzioni con l’83% e la manifattura a bassa tecnologia con il 75,9%.
Sono quasi sempre piccole. Il 75,6% ha al massimo nove addetti, mentre solo il 26,2% supera i 250. In questa fascia stretta la gestione resta in casa, e secondo lo studio frena la crescita dimensionale e l’ingresso di manager professionisti.
Il passaggio generazionale è il nodo più delicato. Oltre un’impresa su cinque conta tra i soci qualcuno che ha almeno 65 anni, quindi il momento del ricambio si avvicina. Nel decennio fino al 2024 ogni anno ha cambiato mano il controllo di circa il 3% delle aziende, e in tre casi su cinque a ereditarlo è stato un altro familiare.
Esistono anche i campioni. L’indice di EY sulle 500 maggiori dinastie imprenditoriali del mondo, edizione 2025, include 22 gruppi italiani: Exor, EssilorLuxottica, Ferrero, Edizione, Esselunga e Marcegaglia sono tra questi. Davanti all’Italia, per presenza nella graduatoria, ci sono solo Francia, Germania e Stati Uniti. Sono però l’eccezione: la massa del tessuto produttivo è fatta di piccole e medie aziende che restano fuori dalle graduatorie.
La conclusione di Banca d’Italia è netta. Quando il controllo resta in famiglia, la gestione tende a ripetere le scelte del passato. L’arrivo di soci esterni porta di solito benefici, e la proprietà familiare pesa di più sulla crescita nei settori tecnologicamente avanzati e tra le aziende grandi.
Per chi lavora in una di queste imprese, il quadro ha due facce. Offrono posti stabili e rapporti informali, però le poltrone dei vertici restano di solito ai familiari. Chi pensa di investire incontra società solide ma restie a far entrare nuovi azionisti.
Banca d’Italia chiede politiche su regole, fisco e mercati che spingano le famiglie ad aprire la proprietà. Non indica misure precise, quindi il segnale da seguire è se arriveranno interventi in questa direzione.
Secondo Money.it, che il 5 novembre 2026 ha riportato lo studio di Banca d’Italia sulle imprese familiari italiane.