Susan Collins, che guida la Fed di Boston, ha usato toni da falco mercoledì 23 settembre, e il dollaro ne ha risentito subito. L’indice Dxy, che misura il biglietto verde contro sei monete di riferimento, è salito a 100,87 punti, un progresso dello 0,27% nella giornata e un livello che non si vedeva da fine luglio, quasi due mesi fa.
Il rialzo stona con il resto della giornata: proprio mercoledì l’attività economica dell’eurozona ha sorpreso in positivo. A pubblicare le rilevazioni preliminari di settembre è stata S&P Global Market Intelligence, secondo quanto riporta Money.it: l’indice PMI composito si è portato a quota 53,1 punti, contro i 52 di agosto, il valore migliore da 41 mesi a questa parte. La componente servizi ha accelerato a 53 punti dai 51,6 precedenti, mentre quella manifatturiera è rimasta ferma a 52,7.
Chris Williamson, che guida l’analisi economica di quell’istituto, lega la tenuta della crescita, nonostante le tensioni geopolitiche e i prezzi in salita, a un possibile nuovo rialzo dei tassi da parte della BCE entro fine anno. Sono cifre che sulla carta avrebbero dovuto sostenere l’euro. È successo il contrario: la moneta unica è scesa a 1,1411 dollari, in calo dello 0,33%. Il segnale è chiaro: il cambio si muove sulle attese di politica monetaria americana, non sui numeri europei, in questa fase di mercato.
A pesare di più sono le sue parole di martedì 22 settembre: pur non avendo diritto di voto quest’anno nel comitato della Fed, Collins ha detto di aspettarsi con più forza uno scenario in cui l’inflazione resti “notevolmente sopra il 2%”. Ha aggiunto, in un secondo passaggio, che un costo del denaro leggermente più alto aiuterebbe a riportarla stabilmente all’obiettivo. Il commento segue di sette giorni l’aumento dei tassi Fed alla fascia 3,75%-4%. Gli operatori attribuiscono un’elevata probabilità a un secondo intervento entro dicembre, anche se in conferenza stampa Kevin Warsh, alla guida della banca centrale americana, non l’ha confermato apertamente.
La sterlina paga anche i conti pubblici del Regno Unito. Il disavanzo pubblico di agosto, reso noto dall’ente statistico britannico, ha raggiunto 18,3 miliardi di sterline: il 19% oltre lo stesso mese del 2025 e 3,5 miliardi sopra le previsioni dell’Office for Budget Responsibility, l’organismo indipendente che vigila sui conti pubblici britannici. A un mese dalla presentazione del bilancio londinese, fissata per il 28 ottobre, il rosso dei primi cinque mesi dell’anno fiscale ha già superato i 77 miliardi di sterline, con uno scarto di 8,1 miliardi rispetto alle stime. La sterlina ha ceduto lo 0,46%, scendendo a 1,3285 dollari; lo yen si è indebolito a 157,94 sul dollaro.
Gli strategist di Scotiabank descrivono i conti pubblici britannici come una delle principali preoccupazioni dei mercati proprio mentre il governo lavora al nuovo bilancio. Osserva anche Kieran Williams, che segue i cambi per Intouch Capital Markets: il sostegno al dollaro legato ai tassi resta solido, ma i mercati stanno già scommettendo su una stretta più marcata di quella indicata dalla Fed, e mancano ancora i dati che lo confermino. Anche le valute emergenti sentono il peso del biglietto verde: la rupia indiana scende verso 95,72, sebbene il PMI composito locale sia salito a 56,5 punti, contro i 54,3 di agosto.
Per chi ha risparmi in dollari o gestisce pagamenti legati a import-export, il dato da seguire nelle prossime settimane non è il PMI europeo ma l’inflazione americana: è quella cifra a decidere se la Fed alzerà davvero i tassi entro dicembre, e con essa la direzione del cambio euro-dollaro nei prossimi mesi.
Dati e dichiarazioni riportati da Money.it nell’articolo pubblicato mercoledì 23 settembre 2026.