La partita su Hormuz è ancora aperta: Teheran dichiara di aspettare una risposta degli Stati Uniti, e la fonte consultata non riferisce se sia arrivata. Abbas Araghchi, capo della diplomazia di Teheran, si trova all’Assemblea generale dell’Onu a New York. Martedì 29 settembre ha detto che l’attendeva in giornata. Lo riporta Money.it.
Il percorso descritto da Araghchi ha più passaggi. Gli americani, ha spiegato, devono prima riportare la questione all’interno della propria parte. Poi la replica definitiva verrebbe consegnata a Teheran dal mediatore del Qatar, che secondo il ministro sperava di chiudere entro martedì. Come ulteriore canale, sempre secondo Money.it, il segretario generale dell’Onu Guterres avrebbe visto Araghchi nella stessa giornata.
Sul fronte americano la posizione è opposta. Martedì mattina il presidente Donald Trump ha scritto su Truth Social di non aver offerto a Teheran alcun alleggerimento delle sanzioni né dei fondi congelati. Ha bollato come “una bufala” le indiscrezioni uscite su Axios. Le due versioni restano affiancate: nessuna delle fonti citate permette di stabilire quale corrisponda ai fatti.
Sui tempi pesa un altro elemento. Secondo Bloomberg, Teheran non conta su un’intesa definitiva prima delle elezioni americane di metà mandato, fissate per il 3 novembre. È una lettura attribuita a Bloomberg, non una dichiarazione iraniana.
Il petrolio, intanto, ha reagito. Nell’apertura di martedì mattina, secondo la rilevazione riportata da Money.it, il Brent è salito del 2,09%, fino a 107,48 dollari. Il WTI ha guadagnato l’1,94% e valeva 94,40 dollari, sempre per barile. Sono valori di quel momento: un prezzo del greggio cambia nel corso della seduta, quindi non vanno letti come quotazioni di oggi. Restano vicini ai massimi toccati lunedì.
Money.it ricorda che il mercato paga soprattutto l’incertezza su quanto reggerà il passaggio, non un blocco imminente. Cita poi altre fonti, senza nominarle, secondo cui i flussi regionali si sarebbero riavvicinati ai livelli precedenti alla guerra grazie a rotte alternative. Se fosse così, una parte del sovrapprezzo sarebbe legata alla politica e non ai barili mancanti. Resta un’indicazione di seconda mano, da trattare con prudenza.
L’effetto sulla politica monetaria è già visibile in Australia. La banca centrale australiana (Rba) ha stretto ancora, nella notte tra lunedì e martedì: un rialzo di 25 punti base, con il costo del denaro al 4,60%. Non era così alto da quindici anni. Per la Rba è il quarto aumento dell’anno, e a marzo era già intervenuta sui tassi, spinta dal costo dell’energia. Nel comunicato del 29 settembre l’istituto lega la decisione all’allargarsi del conflitto in Medio Oriente e a prezzi dell’energia molto più alti delle previsioni di agosto.
Per l’Italia, Money.it avanza un’ipotesi: un greggio che non scende darebbe più peso all’agenda della Bce e potrebbe incidere su quanto costa finanziare il debito. Non è una decisione né un’anticipazione della banca centrale europea, ma una lettura del giornale.
Il quadro sui titoli di Stato, martedì all’apertura, era stabile. Lo spread tra BTP e Bund stava a 94 punti base e il decennale italiano rendeva il 4,57%, in lieve calo. Sempre martedì il Tesoro metteva sul mercato titoli per un massimo di 8 miliardi: un CCTeu e due BTP.
Per chi tiene BTP o fondi obbligazionari, i segnali da seguire sono due: l’eventuale risposta americana su Hormuz e il prossimo movimento del greggio, che ogni giorno può ribaltare i prezzi citati qui.
Ricostruzione basata su Money.it, Ufficio Studi, articolo pubblicato martedì 29 settembre 2026.