Nel 2024 oltre 141.000 cittadini italiani hanno lasciato il paese per vivere all’estero, e tra loro circa 45.000 avevano già una laurea in tasca. Lo rivela uno studio di Teha Group realizzato con Philip Morris Italia e presentato al Forum di Cernobbio. Sull’arco dell’ultimo decennio il conto sale a circa 300.000 profili altamente specializzati che non lavorano più nel mercato italiano.
Il costo per lo Stato è diretto e misurabile. Formare quei laureati che poi scelgono di partire costa all’Italia una cifra vicina ai 7,2 miliardi di euro ogni anno. Se a questa spesa si somma il valore che quei professionisti avrebbero prodotto restando nel paese, l’impatto economico complessivo sale tra 10,7 e 11,4 miliardi di euro l’anno, secondo le stime del Teha Group.
Chi parte lo fa soprattutto da quattro aree. Ingegneria e informatica pesano di più, con profili come meccatronica, sviluppo software e data science assorbiti dai poli tecnologici del resto d’Europa. Seguono le scienze della vita e le biotecnologie, la medicina (dove specialisti e personale sanitario trovano stipendi più alti e turni meno pesanti), e l’economia con la finanza quantitativa.
Un’indagine tra manager e imprenditori vicini a Teha mostra quanto il fenomeno preoccupi chi fa impresa: il 93,9% lo considera un problema serio, e circa metà dei manager interpellati nota già effetti diretti sulla competitività della propria azienda. Tra i motivi che spingono i laureati a fare le valigie, gli stipendi restano il primo: l’82,1% degli intervistati lo indica come causa principale. Il 46,4% guarda invece alle prospettive di crescita che vede per il Paese, mentre il 35,7% lamenta la scarsità di ruoli professionali adeguati. Tre aziende su quattro dichiarano di aver già introdotto strumenti interni per trattenere i talenti, tra formazione mirata e percorsi professionali più veloci.
Le proiezioni al 2035 sono la parte più dura dello studio. Senza correttivi, l’Italia rischia di perdere altri 760.000 laureati, con 120 miliardi di euro di spesa formativa mai recuperata e un colpo al Pil potenziale che lo studio quantifica in 307 miliardi da qui al 2035. Lo studio propone cinque leve per invertire la rotta: sgravi fiscali alle imprese che alzano gli stipendi e assumono a tempo indeterminato, un visto dedicato ai profili qualificati (la cosiddetta Italy Talent Visa), più legami tra atenei, poli di ricerca e imprese, sostegno alla mobilità e ai servizi per le famiglie nei territori, e un fondo per le startup che lavorano su tecnologie avanzate.
Mettere in pratica queste cinque misure insieme, nello scenario più favorevole indicato dallo studio, farebbe rientrare in Italia almeno 119mila professionisti laureati e spingerebbe il Pil potenziale a un massimo di 11,1 miliardi di euro in più ogni anno. Quanto i due scenari finiscano per divaricarsi dipende soprattutto da quanto in fretta le imprese italiane iniziano ad alzare gli stipendi dei profili più richiesti.
Chi lavora in uno dei settori più colpiti dall’esodo, dall’ingegneria del software alla ricerca farmaceutica, ha oggi più leva contrattuale di quanta ne percepisca: i dati del Teha Group mostrano che le aziende italiane sanno di rischiare la sua uscita e si stanno già muovendo per trattenerlo.
Dati e stime tratti dallo studio Teha Group-Philip Morris Italia, riportato da QuiFinanza il 6 settembre 2026.