La Camera ha approvato la modifica al decreto sul pubblico impiego che introduce un’indennità per i giorni di riposo non goduti dai dipendenti pubblici, da versare quando il rapporto di lavoro finisce. Il testo però non è ancora legge. Deve ora passare al Senato, che ha tempo fino al 6 ottobre 2026 per la conversione definitiva.
Oggi, nella pubblica amministrazione, le ferie non fruite non diventano denaro. Il rischio concreto è perderle. Secondo QuiFinanza, che ha ricostruito il provvedimento, il lavoratore le perde solo se l’ente lo ha invitato in modo formale a usarle e lui ha scelto lo stesso di rinunciarvi. Tocca all’amministrazione dimostrarlo.
A spingere il governo è stata Bruxelles. La direttiva europea sull’orario di lavoro garantisce ogni anno un minimo di quattro settimane pagate di ferie e ammette una somma al posto del riposo solo quando il rapporto si conclude. La Corte di giustizia dell’Unione europea, con sentenze confermate nel 2024, ha stabilito che chi lascia volontariamente il servizio non può perdere per questo il compenso delle ferie arretrate. Per evitare una procedura d’infrazione, l’Italia ha cambiato la norma: l’articolo 1 del decreto-legge 144/2026, ai commi 1 e 2, prevede l’indennità sostitutiva.
Il pagamento non scatta però sempre. Il dipendente non incassa nulla se l’amministrazione prova di aver fatto due cose:
- averlo invitato per tempo a prendere i giorni di riposo;
- averlo avvisato per iscritto che, non usandoli, avrebbe perso il diritto.
C’è poi il punto che pesa di più: la misura non guarda indietro. Le nuove regole varranno soltanto per le ferie maturate dopo che la legge di conversione sarà entrata in vigore. I giorni accumulati negli anni precedenti restano sotto la disciplina attuale, con le sue eccezioni. Chi ha un grosso arretrato, quindi, non vedrà quel magazzino trasformarsi in denaro.
Il decreto ha 26 articoli e non riguarda solo le ferie. Cade il vecchio limite di spesa sul personale negli enti locali: Comuni, Province, Regioni e Città metropolitane. Si estende inoltre il ricorso a Cassa Depositi e Prestiti, la società pubblica, per opere pagate con risorse nazionali. Il resto del testo, come lo riassume la fonte, contiene altre misure che l’articolo non elenca.
Sui tempi, la fonte dice solo che ora tocca al Senato convertire in via definitiva il testo, entro il 6 ottobre 2026. Non chiarisce se Palazzo Madama potrà cambiarlo.
Chi lavora nella PA e ha ferie da smaltire dovrebbe quindi seguire il voto del Senato entro il 6 ottobre. Conviene anche controllare se l’ufficio del personale ha già inviato l’invito scritto a usarle: dalla sua esistenza dipende il diritto al pagamento.
Secondo QuiFinanza, articolo di Giorgia Bonamoneta pubblicato martedì 29 settembre 2026.