UniCredit ha perso in appello la battaglia fiscale aperta oltre dieci anni fa sulla rivalutazione delle sue quote in Bankitalia. Il collegio tributario del Lazio ha confermato la sentenza di primo grado pronunciata un anno fa dal tribunale di Roma e ha condannato la banca a sostenere le spese del procedimento. Lo Stato quindi non è obbligato a restituire i 400 milioni di euro che la banca reclamava.
Il caso nasce dalla legge di Stabilità del 2014, quando il governo Letta autorizzò un aumento del capitale di Bankitalia: da 156.000 euro, importo invariato dagli anni Trenta, salì a 7,5 miliardi, usando le riserve interne dell’istituto. Sono 300.000 le quote in cui quel capitale è diviso, e ciascuna passò di colpo da 0,50 euro a 25.000 euro di valore. Sulla plusvalenza generata lo Stato applicò un’imposta sostitutiva partita al 12% e salita al 26% nel giro di pochi mesi: fu quel rincaro a spingere UniCredit a chiedere indietro 399,6 milioni di euro versati tra IRES, IRAP e addizionali. La richiesta è stata respinta in entrambi i gradi di giudizio.
Nella lista dei partecipanti di Bankitalia, ferma al 30 aprile 2026, UniCredit resta il primo socio con 15.000 quote: il 5% del capitale complessivo, 375 milioni di euro di controvalore. È il tetto più alto consentito: superata quella soglia, la banca perde sia il voto sia il diritto agli utili sulla parte che eccede. Quel tetto è al 5% dal 2021: prima era fissato al 3%. Gli azionisti di Bankitalia superano quota 170 e includono le casse di previdenza dei professionisti. Seguono le 14.736 quote di Intesa Sanpaolo, le 9.000 dell’INPS e le 5.500 di Monte dei Paschi di Siena. Nel 2019 UniCredit e Intesa insieme controllavano il 35% del capitale; oggi la somma delle due quote non arriva al 10%.
La sentenza riporta alla luce un tratto strutturale di Bankitalia che gli osservatori criticano da anni: pur essendo un ente di diritto pubblico, il suo capitale è in mano a banche e fondi in gran parte privati, spesso proprio gli stessi soggetti che l’istituto vigila. Lo statuto pone un freno ai possibili conflitti di interesse: agli azionisti va al massimo il 6% del capitale sotto forma di utili distribuiti, un tetto che porta il totale distribuibile a non più di 450 milioni di euro l’anno, mentre le quote sopra la soglia del 5% non generano alcun rendimento. I soci eleggono il Consiglio superiore, l’organo che indica al governo il nome del prossimo governatore: una nomina che resta, nella sostanza, una scelta politica ratificata dal Quirinale. Sulle banche di maggiori dimensioni, però, il controllo effettivo è passato da tempo alla Banca Centrale Europea, il che riduce il peso pratico di quella sovrapposizione tra vigilato e vigilante.
La misura del 2014 fece discutere perché arrivò nel pieno della crisi: il Pil italiano si era contratto del 3% nel 2012 e sarebbe sceso di quasi altri due punti l’anno successivo, e il governo Letta scelse di sostenere gli istituti di credito con un’operazione contabile, non con un salvataggio pubblico diretto come accadeva altrove in Europa. Quel salvataggio esplicito sarebbe arrivato in Italia solo qualche anno dopo, per Monte dei Paschi. Oggi il quadro è ribaltato: i titoli bancari quotati a Piazza Affari guidano i rialzi dell’indice di settore dopo anni difficili, e le banche non sono più percepite come un rischio sistemico. Resta però la critica di sempre sul credito alle imprese: gli istituti italiani continuano a privilegiare la solidità patrimoniale rispetto al sostegno agli investimenti delle aziende e ai finanziamenti alle famiglie, secondo l’analisi di Investireoggi.
Per chi guarda al titolo UniCredit in borsa, la sentenza toglie dal tavolo l’unica voce di contenzioso fiscale legata a questa vicenda: il prossimo bilancio non dovrà più contare su un rimborso possibile di 400 milioni. Resta aperta solo la strada, tutt’altro che scontata, di un ricorso in Cassazione.
Dati e ricostruzione della vicenda giudiziaria riportati da Investireoggi.it il 12 agosto 2026, a firma di Giuseppe Timpone.