Israel Englander, Dmitry Balyasny, Daniel Sundheim e Steve Cohen, quattro dei nomi più seguiti nel mondo degli hedge fund, hanno rafforzato le loro posizioni nel produttore di chip FPGA Lattice Semiconductor, quotato al Nasdaq con il simbolo LSCC. Le comunicazioni obbligatorie alla SEC, uscite il 14 agosto per il periodo terminato lo scorso 30 giugno, sommano oltre 600 milioni di dollari in azioni, secondo un’analisi di Money.it basata sui documenti depositati presso la SEC.
Point72, il fondo di Cohen, ha portato la propria quota a 228,2 milioni di dollari, lo 0,25% del portafoglio complessivo. D1 Capital, il fondo di Sundheim, aveva in portafoglio 1.084.051 azioni, valutate 165,8 milioni di dollari, quasi mezzo punto percentuale del patrimonio gestito. Balyasny ha portato la propria esposizione a 882.412 titoli per un totale di 135 milioni di dollari. Millennium, il veicolo di Englander, aveva invece in portafoglio 585.818 azioni, per 89,6 milioni. In direzione opposta si è mosso Stanley Druckenmiller: Duquesne Family Office ha chiuso del tutto una posizione che valeva circa 30 milioni, un segnale che pesa proprio per la reputazione del gestore.
Lattice Semiconductor produce circuiti FPGA, chip riprogrammabili usati nei server e nelle infrastrutture di rete. Nel secondo trimestre 2026 il fatturato ha raggiunto 201,1 milioni di dollari, il 62,2% in più su base annua e il 17,7% oltre il trimestre precedente. A trainare i conti è la divisione Compute and Communications, 126 milioni di ricavi, il 62,6% del totale, cresciuta dell’83,4% sull’anno grazie alla domanda di server per intelligenza artificiale e a un contenuto FPGA maggiore per ogni macchina. La divisione Industrial and Embedded ha aggiunto 75,1 milioni, +35,8% annuo.
I margini raccontano la stessa storia: l’utile per azione rettificato è arrivato a 0,53 dollari, più del doppio rispetto a un anno prima, il margine lordo rettificato è salito al 71,7% e l’EBITDA rettificato ha toccato 86,4 milioni, con margine al 43%. Sul fronte della cassa, l’attività operativa ha generato 88,3 milioni di dollari. La liquidità libera è stata di 81,3 milioni, il 40,4% del fatturato del trimestre.
Il catalizzatore che spiega l’interesse degli hedge fund, però, è un altro: l’acquisizione di AMI. L’operazione, chiusa il 27 luglio, ha un valore complessivo vicino a 1,65 miliardi di dollari: circa un miliardo in contanti e il resto, 650 milioni, in azioni di nuova emissione, circa 5,2 milioni di azioni aggiuntive. AMI porta in dote ricavi annui oltre i 200 milioni con margini lordi tra il 70 e l’80% e margini EBITDA sopra il 40%.
Per il trimestre in corso la società prevede un fatturato che parte da 245 milioni di dollari e può arrivare fino a 265, includendo un apporto stimato di AMI compreso tra 33 e 37 milioni: un ritmo che, proiettato su base annua, supera per la prima volta il traguardo del miliardo di dollari. Alla guida dell’azienda, Ford Tamer, ha detto agli analisti che il 2027 è già ampiamente prenotato dai clienti, con ordini che coprono l’intero anno.
Da gennaio il titolo è salito di oltre l’80%; su un anno il progresso supera il 108%. Il 21 agosto scorso il titolo chiudeva a 117,69 dollari. La capitalizzazione di mercato sfiora i 16,72 miliardi di dollari, su un numero di azioni in circolazione vicino ai 142 milioni.
Sul titolo pendono undici giudizi di acquisto e uno solo di vendita, per un prezzo obiettivo medio di 164,92 dollari. Le valutazioni restano però tese: il rapporto prezzo/utili storico supera le 460 volte, quello sui ricavi attesi oscilla tra 44 e 66 volte. Quasi otto ricavi su dieci arrivano dall’Asia, con un peso rilevante della Cina, e gli insider della società hanno venduto azioni proprie in 28 occasioni distinte negli ultimi mesi.
Chi valuta di seguire gli hedge fund su questo titolo dovrebbe guardare più al rischio di concentrazione geografica e all’integrazione di AMI nei prossimi trimestri che al solo dato di crescita: sono quei due fattori a decidere se le valutazioni attuali reggeranno.
Dati e cifre ripresi da un’analisi di Money.it pubblicata il 24 agosto 2026, basata sulle dichiarazioni 13F depositate presso la SEC dai quattro fondi citati.