Philips ha chiuso il secondo trimestre con 386 milioni di euro di utile netto, il 61% in più dei 240 milioni contabilizzati un anno prima nello stesso trimestre. Il gruppo tecnologico olandese, quotato ad Amsterdam e noto soprattutto per l’elettronica di consumo e i dispositivi medicali, deve buona parte di quel balzo ai rimborsi ottenuti sulle tariffe doganali imposte dagli Stati Uniti. Tolto quell’effetto contabile, la crescita operativa reale sarebbe stata molto più contenuta.
Il fatturato è cresciuto del 4% nel trimestre, raggiungendo 4,36 miliardi di euro. L’ebita rettificato è salito a quota 717 milioni di euro, contro i 540 milioni registrati dodici mesi prima. Buona parte di quell’incremento arriva però dal rimborso sui dazi: al netto di quella voce, il margine operativo rettificato è sceso leggermente, penalizzato dal rincaro dei costi di produzione e da tariffe commerciali più pesanti. I programmi interni per tagliare le spese fisse e l’aumento delle vendite hanno compensato solo in parte l’effetto negativo.
Nei primi sei mesi dell’anno l’utile netto è arrivato a quota 532 milioni di euro, mentre il fatturato semestrale si è fermato a 8,26 miliardi, in flessione rispetto al semestre precedente. La differenza tra trimestre e semestre è netta. Il recupero recente resta fragile, non ancora consolidato su sei mesi di attività.
Secondo quanto riporta Wall Street Italia, Philips ha confermato l’outlook per il 2026, aggiornato per tenere conto dei rimborsi collegati alle tariffe doganali americane. Il management prevede che il fatturato, a parità di perimetro, salirà dal 3% al 4,5%, mentre il margine sull’ebita rettificato dovrebbe collocarsi dal 13,5% al 14%, sopra la forchetta del 12,5-13% indicata in precedenza. Anche la stima sul free cash flow è salita, a un intervallo di 1,5-1,7 miliardi di euro dal precedente 1,3-1,5 miliardi, sempre per effetto dei rimborsi sui dazi.
I dati arrivano dal bilancio della società, non da una verifica indipendente. Philips non ha specificato quale quota dei rimborsi sui dazi sia già stata incassata in contanti e quale resti invece un credito contabile, un dettaglio che stabilisce quanto di quell’utile sia già cassa reale. Il confronto con il trimestre dello scorso anno, quando i dazi Usa pesavano meno sul bilancio, resta perciò parziale finché la società non separerà i due effetti nei prossimi bilanci.
Per chi segue il titolo Philips o altri industriali europei esposti ai dazi Usa, il dato da monitorare nei prossimi trimestri non è l’utile netto ma il margine ebita al netto dei rimborsi. Solo quel numero dice se la ripresa regge anche senza l’aiuto della contabilità legata ai dazi. Quel numero racconta se la domanda dei prodotti, non la contabilità dei dazi, sta davvero migliorando.
Dati tratti dal comunicato trimestrale di Philips, riportati da Wall Street Italia il 28 luglio 2026.