Mediobanca chiude il semestre terminato lo scorso 30 giugno con l’utile più alto della propria storia: 711 milioni di euro, cresciuti del 6% sui dodici mesi precedenti. I ricavi toccano quasi 1,95 miliardi, sempre in progresso del 6%, mentre il margine operativo lordo corre ancora più veloce e arriva a 1,173 miliardi, un balzo del 12%. Il Rote, l’indicatore che mostra quanto rende il capitale investito, sale al 14,9%.
Il trimestre aprile-giugno segna un primato specifico: mai prima i ricavi trimestrali avevano superato la soglia di un miliardo di euro, aumentati del 9% sui dodici mesi e dell’8% sul trimestre precedente. L’utile arriva a 388 milioni, in progresso del 20% sui primi tre mesi dell’anno. A trainare i conti sono state le commissioni, salite del 15% nei tre mesi, insieme a un investment banking particolarmente in forma.
Il segmento Corporate & Investment Banking guida la crescita del gruppo. Nei sei mesi ha prodotto 493 milioni di ricavi, un progresso del 13%, e un utile di 172 milioni, in aumento del 29%. Da solo, il secondo trimestre ha regalato alla divisione 271 milioni di ricavi, sostenuti da un balzo del 44% delle commissioni e da un utile raddoppiato a 100 milioni rispetto al 2025. Dietro i numeri ci sono l’attività di consulenza e una risalita delle operazioni sui mercati azionari, oltre a un contributo più marcato delle sedi estere.
Il Consumer Finance, che fa perno soprattutto su Compass, chiude anch’esso il semestre su livelli mai toccati prima: 664 milioni di ricavi, in progresso del 5%, e un utile fermo a quota 206 milioni. Sull’intero semestre la divisione ha messo sul mercato circa 5,3 miliardi di prestiti; il trimestre più forte, quello tra aprile e giugno, ne ha portati da solo 2,7 miliardi, trainato dai finanziamenti personali e dalla rete di sportelli di Mps.
Non tutte le divisioni corrono allo stesso ritmo. Il risparmio gestito è il punto debole del bilancio, con 447 milioni di ricavi, un calo del 5%, e un utile che scende a 81 milioni, giù del 33%. Le commissioni di gestione salgono del 10% ma non bastano a coprire il calo di quelle di ingresso e di performance.
Nel periodo, i clienti hanno ritirato più soldi di quanti ne abbiano affidati alla banca: la raccolta netta si ferma a meno 1,4 miliardi. Il ritmo dei deflussi rallenta ma non si ferma: nel solo secondo trimestre mancano ancora 300 milioni. Le masse in gestione restano comunque ampie, a quota 117 miliardi, il 4% sopra i livelli di dodici mesi fa.
La quota del 13% in Generali resta una fonte di utile solida: a fine giugno valeva circa 8,7 miliardi sul mercato, il 41% in più di un anno prima, contro 4,1 miliardi di valore contabile. Il capitale del gruppo resta robusto: il Cet1, l’indice che misura la solidità patrimoniale, arriva al 15,85%, contro il 15,1% di dodici mesi fa, nonostante il portafoglio di leasing rilevato da Mps per circa 500 milioni.
Questi conti arrivano nel momento decisivo per il gruppo. Li ha diffusi QuiFinanza a mercati già chiusi. Il piano prevede che il gruppo trasferisca la quota Generali, il private banking estero e le attività di investment banking dentro una società non quotata controllata da Mps, che continuerà a chiamarsi Mediobanca Spa. In Borsa, il titolo ha chiuso ieri, 6 agosto, a quota 28,77 euro, oltre il 60% in più da inizio anno.
Per chi ha in portafoglio azioni Mediobanca o Mps, il segnale da seguire nei prossimi mesi non è più l’utile complessivo, già ai massimi. Conta di più il flusso di uscita dal risparmio gestito: solo quando quel numero torna positivo, la fusione si potrà dire riuscita anche sul fronte commerciale, non solo su quello contabile.
Dati e cifre riportati da QuiFinanza il 6 agosto 2026, giorno della pubblicazione della semestrale di Mediobanca.