Il governo ha aggiunto altri 100 milioni di euro al piano per l’ex Ilva, un giorno dopo che i giudici d’appello di Milano hanno stabilito lo stop alla produzione a Taranto. La sentenza impone la chiusura dell’area a caldo del polo siderurgico entro un termine di 90 giorni e mette a rischio diretto migliaia di posti di lavoro. Per rispettare il verdetto, l’esecutivo deve rimodulare la gara per la vendita dello stabilimento: Alfredo Mantovano, che segue il dossier per la presidenza del Consiglio, ha fatto sapere che il nuovo bando riguarderà solo l’area a freddo, mentre l’area a caldo resta fuori dalla cessione.
Bonificare l’amianto presente nell’area a caldo richiede, secondo le stime dei commissari straordinari, non meno di 11 mesi: un tempo incompatibile con la finestra dei 90 giorni fissata dai giudici. Un ricorso in Cassazione resta un’opzione sul tavolo, ma non risolverebbe comunque il problema dei tempi tecnici. Per l’esecutivo, l’arresto della produzione di acciaio a Taranto tocca anche la sicurezza degli approvvigionamenti nazionali, non solo le scelte di politica industriale.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha ricordato che in Europa restano operativi 22 impianti con parametri ambientali simili a quelli dello stabilimento tarantino: un confronto che alimenta, tra gli esponenti del governo, il giudizio di una sentenza sproporzionata rispetto al resto del continente. Alcuni di loro hanno criticato pure la tempistica del provvedimento, reso noto proprio alla vigilia dell’incontro convocato a Palazzo Chigi sul futuro dello stabilimento.
Flacks Group, il fondo Usa alleato con Danieli e Metinvest, e il gruppo indiano Jindal Steel International hanno confermato la disponibilità a proseguire la trattativa anche con il perimetro ridotto. Mantovano ha aggiunto che la rimodulazione apre alla possibilità di coinvolgere altri soggetti, a partire da capitali italiani, per valutare nuove ipotesi di investimento su Taranto e le risorse ancora disponibili.
I sindacati riuniti al tavolo, tra cui Uilm, Usb, Fiom Cgil, Fim Cisl e Ugl, hanno preso atto dell’apertura dell’esecutivo verso un piano straordinario per l’occupazione. Hanno comunque proclamato otto ore di astensione dal lavoro, con assemblee previste in ogni sito del gruppo a partire da oggi. Un secondo confronto tecnico, aperto stavolta anche alle istituzioni locali, riprenderà martedì negli uffici del ministero delle Imprese.
Michele De Palma, alla guida della Fiom Cgil come segretario generale, avverte che le conseguenze del dissesto dell’ex Ilva non possono ricadere su chi ci lavora ogni giorno. Davide Sperti, alla guida della Uilm, chiede un intervento straordinario capace di proteggere insieme occupazione e livelli salariali. Fernando Uliano, segretario della Fim Cisl, insiste perché il confronto tecnico si concentri su un vero progetto industriale, non su una gestione di sola emergenza.
Per chi lavora nel gruppo, il banco di prova arriva martedì: dal nuovo tavolo si capirà se il piano straordinario promesso dal governo diventa una garanzia concreta su salario e occupazione, oppure resta una dichiarazione d’intenti in attesa dell’esito della gara rimodulata.
Secondo quanto riportato da Repubblica il 29 luglio 2026, i fatti sono ricostruiti dalla riunione convocata a Palazzo Chigi sul dossier ex Ilva.